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IMMAGINE - TITOLO PAGINA: STORIA
 

 

ASPETTI DEL TERRITORIO E VITA RURALE NEI COMUNI DI MOLVENA E MURE NEGLI "ATTI PREPARATORI" DEL CATASTO AUSTRIACO (1826)

tratto da "QUADERNI STORICI 1" - Dicembre 1990 - A cura dell'Amministrazione Comunale di Molvena
a cura di Giovanni Nicolli

CONDIZIONI DEGLI AGRICOLTORI

IMMAGINE RAPPRESENTANTE UN AGRICOLTORESe vogliamo prestar fede ai dati forniti dal Maccà, che è l'autore più vicino al periodo considerato (la sua pubblicazione è del 1812) e fa riferimento all'ultimo computo della Repubblica Veneta, nei primi decenni del secolo scorso si aveva nel territorio dell'attuale comune di Molvena una popolazione di poco superiore ai mille abitanti costituita pressoché interamente da agricoltori.

La delegazione di Molvena riferisce che "il numero degli agricoltori abitanti nel comune non è sufficiente alla coltivazione delle sue terre e perciò nei tempi di lavoro solitamente ne concorrono da altri paesi"; a Mure, al contrario, il numero è sufficiente e "non v'à eccedenza né scarsezza".

In genere tutte le delegazioni comunali del Distretto mettono in risalto le precarie condizioni economiche e l'endemica povertà degli agricoltori della zona pedemontana. A Mure, "toltone cinque o sei al più che vivono mediocramente, tutti gli altri sono meschini e vivono stentamente: i primi cinque o sei al più sono sufficientemente forniti di scorte ed attrezzi e tutti gli altri parte scarseggiano e parte son privi del tutto". Anche a Molvena mezzadri e fittavoli "si trovano in generale angustiati, attesa la viltà dei prezzi correnti di tutti i generi, quindi hanno appena le scorte necessarie di attrezzi rurali, bestiami e simili: se poi si riguardi l'agricoltore possidente, niente più felice si trova in proporzione, e ciò per l'enunciato motivo e per li carichi pubblici che gravitano troppo i suoi fondi".

In entrambi i paesi alcuni contadini si dedicano al lavoro dei cappelli di paglia, soprattutto "nel tempo d'inverno"; la delegazione di Molvena non manca di sottolineare che tale attività viene praticata "con notevole pregiudizio però dell'agricoltura". D'altra parte la lavorazione della paglia era l'unico "ramo d'industria" esistente nella zona che consentisse di integrare il magro bilancio delle famiglie contadine, soprattutto in collina. E infatti "…quelli (i contadini) del colle sono men poveri appunto pel guadagno che traggono dal loro travaglio in cappelli di paglia... Nel periodo invernale gli agricoltori, specialmente le donne si dedicano alla facitura dei cappelli di paglia... Guadagno per altro incerto, perché talvolta cessa lo smercio, ed in tal caso versano privi di ogni risorsa, tranne quella procedente dalla coltura dei fondi".

Nel Distretto di Marostica le case coloniche risultano per la maggior parte anguste ed inadeguate per l'abitazione dei lavoratori, per la sistemazione del bestiame, per il deposito delle derrate e del foraggio; per lo più sparse ed isolate, talvolta sono riunite in piccole contrade. Non mancano in collina, dove le abitazioni sono già di per se stesse più modeste, anche semplici capanne coperte di paglia.

In quel di Mure le case "sono tutte coloniche, e queste abitate dagl'agricoltori e possidenti insieme; parte sufficienti e parte ristrette al bisogno dell'agricoltura, dell'abitazione e del collocamento del bestiame, foraggio e derrate. Le dette case sono parte in mediocre e parte in cattivo stato... sono sparse qua e là pel territorio in picciole contrade dalle 2 alle 5 al più". Anche a Molvena "le case coloniche sono poche pel bisogno dell'agricoltore. La maggior parte sono anguste, a mala pena sufficienti ai lavoratori e bestiami. Sono quasi tutte isolate per essere a portata de' terreni attinenti".

In entrambi i comuni le abitazioni risultano "tutte a muro costrutte, ed a coppi coperte".

Riguardo alle condizioni di vita della classe contadina le delegazioni non sono molto prodighe di notizie; ma certamente non dovevano essere migliori di quelle descritte nella famosa inchiesta agraria (1887-1884) che prende il nome dal Ministro che la diresse, Stefano Jacini, quando il Regno d'Italia era già una realtà.

In questo ambito, maggiori informazioni sulle abitazioni e i fabbricati rurali, il vestiario e l'alimentazione degli agricoltori dell'Alto Vicentino ci vengono fornite dalla "Monografia dei Distretti di Bassano, Asiago, Marostica, Thiene" di G. Carraro, negli "Atti della Giunta per l'Inchiesta Agraria e sulle condizioni della classe agricola", Tomo II. Roma 1882.

Sulle ABITAZIONI necessita subito distinguere tra le case delle famiglie più agiate e le umili dimore delle meno abbienti. Le prime erano ampie, spaziose, pulite; piccole, malsane, insufficienti ad ospitare una numerosa famiglia le seconde.

Le case di collina e di montagna, nonostante fossero spesso a due piani (talvolta il secondo piano era costituito da una soffitta che serviva da granaio), presentavano tuttavia stanze e locali molto angusti; strette e piccole le finestre, mal chiuse e logore le imposte; non sempre muniti di vetri i telai, chiusi talvolta alla meglio da carta. In pessimo stato i solai, mal costruite le scale di accesso ai piani superiori; spesso malandato il tetto, coperto di coppi ma senza il supporto di pianelle, per cui il vento e la pioggia sovente vi penetravano. Il pianterreno, spesso più basso del livello esterno, era generalmente costituito da terra battuta; i muri, non di rado appoggiati al pendio del monte ne assorbivano l'umidità. Quando pioveva, l'aia e la strada d'accesso all'abitazione si riempivano di pozzanghere.

Per rischiarare la notte, un lumicino ad olio diffondeva una luce fioca; l'acqua per uso domestico era talvolta lontana dalle abitazioni; per abbeverare gli animali si ricorreva alle pozze dove veniva raccolta l'acqua piovana. Ulteriori disagi le famiglie contadine dovevano sopportare nella breve ma intensa vita dei cosiddetti "cavalieri": dato che l'allevamento dei bachi veniva effettuato all'interno delle abitazioni, le stanze si riempivano di palchi, di cavalletti, di ramaglie all'epoca del "bosco", riducendo ancor di più l'esiguo spazio disponibile.

Non certo migliori erano le condizioni dei FABBRICATI RURALI. Infatti le stalle dei piccoli proprietari erano strette, basse, male illuminate, male aerate, impregnate di esalazioni ammoniacali. In questi locali malsani le famiglie dei coltivatori si rifugiavano nelle sere d'inverno, in cerca di un po' di tepore: gli uomini chiacchieravano o riparavano gli attrezzi di lavoro, le donne lavoravano, soprattutto ad intrecciare la paglia; si faceva insomma "filò". Rare erano lo stalle munite di concimaia per una buona conservazione del letame che veniva ammucchiato sull'aia, all'aria aperta.

Riguardo alla conservazione dei prodotti agricoli il Carraro ci informa che i buoni granai facevano difetto, soprattutto nelle abitazioni dei piccoli proprietari: "…v'ha un granaio che altro non è che una soffitta, aerata bensì, ma anche esposta all'influenza dell'aria umida, nebbiosa, e ad ogni intemperia. Il grano e granoturco in pannocchia si ripongono nelle stanze abbenché sempre non sia secco. Le pannocchie, specialmente del granoturco che raccogliesi nella tarda stagione, non possono essere ben essiccate, come conviensi; le si ripongono o in granaio, o, molte volte, sul pavimento della stessa camera da letto, tosto raccolte, cosa questa assai riprovevole; dappoiché il grano umido ammuffa, contrae odore, si guasta e dà una farina che deve riuscire dannosa; quindi l'igiene ne patisce oltremodo; giacché le stanze, nelle case di monte specialmente, se sono d'ordinario anguste lo divengono assai più, e inoltre si fanno maggiormente umide e viziate.

Sono poche le aie ammattonate ed in queste pure non si costuma stendere le pannocchie a seccare. Le pannocchie stanno sui granai ammonticchiate, e di rado si rimuovono onde aerarle, si sottopongono allo sgranatoio al momento della vendita o del consumo...".

Difettosa, sempre a detta del Carraro, era la conservazione del fieno che veniva deposto sopra la stalla e si impregnava quindi di umidità; difettosa pure la vinificazione, per troppa precipitazione nel cogliere le uve e per scarsezza di buono attrezzature, di recipienti e di locali adatti per la lavorazione dell'uva e la conservazione del vino.

Il VESTIRE della gente rurale era assai modesto e non di rado insufficiente a combattere i rigori invernali "…per calzari si portano gli zoccoli coperti di cuoio d'inverno (sgalmare) e comunemente ovvero senza copertura, ad uso di pianella, nell'estate... ai lavori d'estate, alla pianura, si va scalzi, più spesso, non così però al monte... di festa si portano le scarpe... la copertura poi del capo durante i lavori di campagna è comunemente di paglia".

L'ALIMENTAZIONE variava a seconda delle possibilità economiche della famiglia, secondo la zona e la località. I prodotti più usati erano il granoturco, il frumento, i legumi, gli ortaggi, le patate, la frutta, il formaggio e le carni, il latte, le uova, il vino. Se però le famiglie benestanti facevano uso di tutti i generi sopraelencati, non era purtroppo così per le meno abbienti: "…il povero si ciba di polenta ad ogni pasto, i quali di ordinario sono tre, e non poche volte, fra i più miseri, due soltanto. La polenta si mangia da sola, abbrustolita alla mattina e non di rado fredda, con poco formaggio magro o con ricotta (puina)... quel povero che ha latte, o può procurarsene qualche quantità, lo fa servire di colazione alla mattina con polenta, o alla sera per companatico...; il vino per la classe più povera, è affatto sconosciuto; solo il vinello si beve da quei braccianti che vanno a giornata nel tempo delle maggiori fatiche sul campo d'estate; fra la gente dell'alto monte, giammai... Di pane e di farina di frumento la classe inferiore dei contadini non ne fa uso che nel tempo della mietitura, e proviene dal grano che le donne e i fanciulli hanno spigolato sui campi alla pianura...".

A render ancor più cupa e triste la vita delle popolazioni rurali, già di per sé intollerabile, si aggiungevano numerose e frequenti malattie. Alcune di queste, quali la difterite, il vaiolo, il colera, colpivano indifferentemente città e contado; altre invece dipendevano quasi esclusivamente dalle condizioni igieniche e alimentari. La pellagra, ad esempio, malattia dovuta all'uso esclusivo della polenta e delle erbe, rivela pienamente il nesso tra questa calamità e la carenza alimentare. Definita "Kind des Elends", figlia della miseria, dall'Arciduca Ranieri, vicerè del Regno Lombardo-Veneto, essa infierì specialmente dopo il 1876 e colpì in gran numero gli abitanti delle campagne.

 

 
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